El Faro Feliz

La Coruña

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La Coruña

Per la Spagna non ho un debole, e non si tratta neppure di una passione travolgente.
Per la Spagna nutro un amore profondo e viscerale, e che ho motivo di credere eterno e fedele.
E poi, con la Spagna ho imparato ad amare i fari.

Eppure vengo da un paesino vicino al mare. Ho trascorso lí la mia vita fino ai 18 anni, ed é lí che torno puntuale per le vacanze da almeno 14 estati, per quanto, nel passaggio da studentessa a lavoratrice, la mia permanenza in terra salentina si sia progressivamente e drasticamente ridotta. Fino ad essere assimilata più a un weekend lungo, a una toccata e fuga dal sapore agrodolce, di quelle che la boccata d’aria la fai un po’ piú piena perché sai che nel naso deve durarti fino alla prossima, e da lí alla prossima potrebbero passare mesi.
È una terra baciata dal mare e dal sole, dimenticata da tante altre cose, in fondo generosa e simpatica; non ho mai fatto caso ai fari, però.

A Milano, invece, sí. Ce n’é uno.
La copia metropolitana di quello che nell’immaginario comune lambisce il mare con la sua luce.
É in pieno parco Sempione ed é d’acciaio, e, salendoci nelle giornate di cielo terso, forse ci vedi le Alpi (forse). Ma l’avrei scoperto tardi. Dopo aver visto i fari spagnoli.
Dopo aver ceduto al loro fascino.
Dopo aver lasciato a ciascuno un angolino di cuore, sotto la stessa sabbia cui facevano ombra.
Con la loro naturale portata di poesia e romanticismo, i fari son piccole oasi di pace, fieri nella loro semplicità, fanno da guardiani dei confini del mondo, insieme guida e soccorso, e strizzano l’occhio agli artisti: uno il fascino del faro lo subisce per forza, non ha scelta.
Quelli spagnoli, in più, son ‘felici’.
Dipinti di bianco come la luce, tutto il giorno con il vento in faccia, il sole negli occhi, di notte accarezzati dalle stelle, ma, soprattutto, li ho visti vigilare su coste che son paradisi. Da non crederci neppure se sei lì.
Come il faro di Portopí a Palma, il faro del Tostón a Fuerteventura, quello di Cabo Mayor a Santander, o ancora la Torre d’Ercole a La Coruña, la chiamano il ‘Balcone dell’Atlantico’. Tutti custodi di una perla, di cui cambia solo la forma.

Playa de Vigo

Tra tutti ce n’è uno un po’ più felice, sprizza un entusiasmo esuberante e contagioso che si risolve in un perenne sorriso lucente, tanto che a guardarlo é come fossi allo specchio: non sai più dove inizia il suo e finisce il tuo. Per quanto è puro e vero, non riesci neppure a invidiarglielo.
È il faro di Cabo Fisterra, quello che si erge in fondo all’ultima tappa del pellegrinaggio di Santiago.
Una colonnetta di cemento che gli è vicina segnala il km 0. Sorride in tutti i suoi otto lati, in tutta la sua presunzione di fare da testimone a uno spettacolo che si ripete ogni giorno, sempre diverso, ma con un carico emotivo sempre uguale: non si contano tutti i soli che gli son tramontati accanto. Da tempo ancestrale identificato come la ‘fin del mundo’, da molti creduto essere l’estremità più occidentale dell’Europa, secondo molti altri battuto dal portoghese Cabo da Roca, quello di Fisterra é il faro meno solo del mondo. Proprio lì accanto, tutti i giorni, arroccati sul mare, tanti puntini commossi aspettano la puesta del sol. Come una foto scattata e poi lasciata lì su quella scogliera.
E quell’oceano è cosí ingordo che all’ora del tramonto si prende tutto: fagocita il cielo, il sole, il faro, me che sono seduta in silenzio con le guance rigate dalle lacrime, la fotografia sbiadita e le sue stesse onde.
Ti ruba l’anima con un savoir faire e una maestria da lasciarti di stucco.
Se fosse un uomo, sarebbe alto, moro e con le braccia muscolose.
A un oceano così puoi solo arrenderti, e farlo in silenzio.
Forse quello di Fisterra é un faro sedotto. Per quello se la ride.

CONTINUARÁ…..

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